Continua la sesta edizione della kermesse Alla Mensa dei Sogni, rassegna di Arti Sceniche, Visive e Letterarie, promossa dall’Associazione Culturale Hermes Academy Onlus – Arcigay Taranto, in collaborazione con le sezioni di Roma, di Crispiano e di Leporano e con il Cantiere Maggese, la Biblioteca Comunale Pietro Acclavio, la Cooperativa Carisma, la Comunità Terapeutica Il Delfino, la Cooperativa Senis Hospes, TarasTv, la ProLoco di Taranto e numerose altre associazioni, che prevede una lunga serie di iniziative socio-culturali tra la capitale e la provincia di Taranto, al fine di riscoprire, valorizzare e conservare la memoria storica locale, educare le nuove generazioni (e non solo) alla bellezza, alla diversità, allo sviluppo sostenibile, scoprire e celebrare nuovi talenti, ricordando sempre di sensibilizzare giovani e meno giovani alla prevenzione e al contrasto a malattie sessualmente trasmissibili, a fenomeni di omo-transfobia, bullismo, violenza di genere.
Domenica 22 febbraio l’Associazione Culturale Hermes Academy Onlus – Arcigay Taranto invita i propri soci presso la sede in Via Pupino #90, nel cuore del borgo umbertino, dove a partire dalle ore 21.00, per il “Cineforum” dedicato alle tematiche LBGT, verrà proiettato La bocca del lupo, film documentario/drammatico di Pietro Marcello. Il titolo è ispirato da quello dell’omonimo romanzo verista di Remigio Zena. Il film racconta la storia di Vincenzo Motta detto Enzo, condannato a una lunga pena detentiva. Nel carcere di Genova si innamora di una persona transessuale, Mary Monaco, che gli promette di aspettare la sua scarcerazione. Quando esce dal carcere, Mary trova una casa da condividere con lui sulle colline della città, ma nel frattempo diventa dipendente dall’eroina. Il film annulla la divisione convenzionale tra cinema a soggetto e documentario, anche grazie a un montaggio creativo che accosta momenti documentari, interviste, lettere e materiali d’archivio (professionali e amatoriali) su Genova e la sua storia. Il film è uscito al cinema il 19 febbraio 2010 dopo l’anteprima sperimentale in streaming trasmessa su MyMovies il 15 febbraio 2010. Il film ha vinto il Premio FIPRESCI ed il Premio della Città di Torino al Torino Film Festival del 2009. L’anno successivo è stato presentato in concorso al Festival di Berlino, dove ha vinto il Premio Caligari e il Premio Teddy per il miglior documentario.
La partecipazione è libera e gratuita; è però necessario prenotare al +39 388 8746670.
A seguire, la recensione di Marianna Cappi.
Prodotto dalla Indigo Film di Nicola Giuliano e Francesca Cima, da L’Avventurosa di Dario Zonta e dai gesuiti della Fondazione San Marcellino, “La bocca del lupo” racconta amore e miseria tra gli indigenti e gli emarginati di Genova. Ad avventurarsi è Pietro Marcello, che approda a Quarto dei Mille, scortato dal ricordo del romanzo verista di Remigio Zena e poco a poco si addentra nei vicoli, osserva, non giudica, condivide e, con questo passo, lucido e discreto ma anche libero ed evocativo, arriverà fin dentro la casa dei suoi personaggi. Il movimento della narrazione è lo stesso: dalla fotografia corale dei genovesi di ieri e di oggi si stringe su Enzo, emigrato siciliano, e Mary, conosciuta in carcere, nella sezione dei transessuali, alla quale Enzo si è legato da vent’anni, sostenuto dal sogno comune di una casetta in campagna. Per Mary, Enzo è apparso da subito una bellezza da cinema, uno che poteva fare l’attore, in quei film western – suggerisce il montaggio – che non solo non si fanno più, ma dei quali è scomparso anche l’immaginario dedicato. La verità, direbbe Zena, è che questa è una storia di vinti e di ambizioni che non si possono soddisfare, di gente destinata a finire sempre “nella bocca del lupo”: è così che, prima della casetta con l’orto e il camino, Enzo si è fatto quattordici anni di prigione e Mary lo ha aspettato e ora possono raccontarsi alla videocamera, come una vecchia coppia, dividendosi le frasi, dandosi ragione per amore e per pazienza. Sale una grande malinconia da questo lieto fine, ma le vittime non sono i protagonisti quanto lo spettatore, che si scopre miope e si dà improvvisamente ragione delle immagini con cui Marcello lo ha portato fino lì, in questo film ibrido che non si cura della distinzione tra ciò che è finzione e ciò che è documento: immagini d’epoca dei cineamatori, di chi salpa per il mondo nuovo e di chi non esce mai da certe vecchie storie. Immagini di un tempo che non c’è più, apparentemente. Eppure, forse, le cose non ci sono (più) solo quando non le si vuole più guardare. Sono pochissimi, in Italia, i registi che hanno la forza e il coraggio di battere sentieri nuovi, di aprire nuove strade, di affrontare, accettandole, asperità che hanno la potenzialità di farsi nuova narrazione, nuova estetica, nuovo cinema. Pietro Marcello è sicuramente tra questi: l’aveva dimostrato con il suo primo film, Il passaggio della linea, e lo ha ampiamente confermato con quest’opera seconda, scegliendo una forma che riesce ad essere tanto più sospesa e metafisica quanto più si aggrappa saldamente ai personaggi e ai luoghi fisici che vengono inquadrati e raccontati dall’occhio della videocamera. Marcello raccoglie, dunque, l’eredità pasoliniana ma, quel che più conta, guarda ai margini del mondo da una posizione che non è mai pretestuosamente oggettiva e oggettivante, mai ipocritamente partecipe e manipolatrice; una posizione che gli evita la trappola del paternalismo intellettuale così come quella di un’adesione ingiusta e impossibile.