«Questo grafico mi tiene sveglio la notte». Bruce Aylworth, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, mostra ai giornalisti una pagina dell’ultimo rapporto sull’ebola. E si capisce subito cosa voglia dire: dopo i picchi del contagio, lo scorso autunno, si vedono i numeri scendere progressivamente, ma poi, nelle ultime quattro settimane di questo nuovo anno si vedono risalire. E tra poco «comincerà la stagione delle piogge», e si potrebbe verificare «un ulteriore peggioramento».
L’epidemiologo canadese incaricato dall’Oms di gestire la lotta al virus si confida con i giornalisti durante una conferenza stampa insieme all’inviato speciale dell’Onu, David Nabarro. La marcia vittoriosa contro l’ebola ha subito un rallentamento, e i due uomini di punta della lotta sono venuti al Palazzo di Vetro a New York per mettere sul chi vive la comunità mondiale: «I successi che abbiamo riportato nei mesi scorsi rischiano di farci sentire soddisfatti di noi stessi e farci cadere nell’indifferenza», ammoniscono. E insistono: «Non possiamo fermarci fino a che ci sarà anche un solo caso. Non dimenticate: è cominciato tutto con un singolo caso, e nell’arco di pochi mesi è diventata una crisi internazionale». In meno di un anno, infatti, il virus dell’ebola ha contagiato quasi 24 mila persone e ne ha uccise 9380.
L’ammonimento non vuole neanche causare panico. Sia Aylworth che Nabarro elencano i grandi successi compiuti una volta che il mondo si è mobilitato e i Paesi colpiti – Sierra Leone, Liberia e Guinea – hanno adottato seri provvedimenti difensivi. Basti ricordare che a settembre il tasso di contagio era di migliaia di persone ogni settimana. Ora siamo scesi a meno di 200. Tuttavia, appena un mese fa il tasso era ancora più basso, neanche si arrivava a 90.
Cosa è successo da allora? Come mai questa ripresa? «Stiamo conducendo una vera e propria indagine- spiega Nabarro -. Siamo come dei detective epidemiologici, ma è come cercare di identificare un ago in un pagliaio». Difatti almeno la metà dei nuovi casi di infezione avviene fra persone che non hanno avuto contatti con alte persone già infette. Non si capisce cioé che strada abbia seguito il virus.
Lo stesso Segretario dell’Onu, Ban Ki moon ha espresso nervosismo «davanti a questo mutamento nel tragitto del virus», e ha raccomandato che i paesi dell’Onu continuino a impegnarsi al massimo nella lotta. Il che vuol dire anche non rallentare le donazioni: del miliardo e 500 milioni di dollari promessi dai Paesi donatori, solo 600 milioni sono arrivati a destinazione. Sia Nabarro che Aylworth hanno spiegato che i fondi sono stati usati al meglio, con ottimi risultati, ma che il resto dei contributi è necessario e urgente. Tra neanche un paio di mesi comincerà la stagione delle piogge, se non si è identificato il nuovo cammino del virus prima di allora, se non si riesce a fermarlo, diventerà tutto «molto più difficile e imprevedibile». Spiega Aylworth: «Quando piove, gli uomini continuano a spostarsi e i virus con loro, ma gli ospedali, tutto l’apparato di difesa, di controllo e sterilizzazione, non si spostano con la stessa velocità. Il virus può avvantaggiarsene, avanzare, aprirsi nuove strade. E’ un agente patogeno estremamente aggressivo. Per questo dobbiamo agire ora. Prima delle piogge».
Fortunatamente in soccorso arriva il primo test rapido approvato dall’Oms per identificare i casi di contagio: Reebov, sviluppato da un società statunitense, dovrebbe assicurare agli operatori sanitari che lavorano al “fronte” la capacità di identificare i casi di contagio in loco anche in assenza di elttricità e laboratori.
20 Febbraio 2015
Anna Guaita